Tag

, , , , , , ,

Mio padre si dichiarò a mia madre con un telegramma.

Squattrinato, neolaureato, si era da poco trasferito in Piemonte da Genova, assunto da un tour operator molto noto di cui non faremo il nome.
Viveva in un appartamentino con il collega S, in via Ascanio Sobrero, a Città dei Sette Assedi: non avevano piatti né posate, ma c’era una piccola tv.
Lui tutti i weekend se ne tornava «giù», ovvero a Genova, perché la nuova città non gli piaceva, e aveva molta nostalgia di casa, e forse di lì a poco sarebbe stato assunto da Costa Crociere, e allora avrebbe abbandonato il tour operator molto noto di cui non faremo il nome, l’appartamento di via Ascanio Sobrero senza piatti né posate e il Piemonte intero, per tornarsene felice nella sua città.

Mia madre aveva 23 anni e molte lentiggini, così tante che tutti i colleghi sotto i trent’anni -dice mio padre- «le facevano il filo, perché era bellissima», ma nessuno aveva successo, perché lei era «una ragazza perbene, molto timida e riservata».

Mio padre, dopo mesi passati a far finta di capitare per caso davanti alla sua scrivania, decise che era il caso di darsi una mossa. In uno dei suoi soliti weekend «giù» a Genova, prese coraggio e le scrisse un telegramma.

Da buon genovese, maestro in risparmio e sintesi, mandò alla sua futura moglie e alla mia futura madre un telegramma che recitava così:

«PENSOTI SEMPRE».

Non «Ti penso», e nemmeno «Ti penso sempre», ma tre parole al prezzo di due (il costo dei telegrammi variava appunto in base al numero di parole utilizzate), e quindi «Pensoti sempre».
Un genio. Mia madre, al contrario di me, non rise. E, dato che anche lei pensavalo sempre, capitolò.