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Mi trovo nel Borgo Selvaggio, che non è la città in cui sono nata e nemmeno il posto in cui vivo stabilmente, però è il posto in cui sono cresciuta.
Il Borgo Selvaggio sta a metà strada tra il mare e la Francia, ai piedi della Montagna Incantata, poco distante dalla Fotezza delle Meraviglie.

Le mie radici, però, sono da un’altra parte, in seno alla Superba, Repubblica Marinara, città di Cristoforo il Grande.
Sono cresciuta nel Borgo Selvaggio sapendo che le mie origini, la storia scritta nel mio dna, e parte della mia famiglia appartenevano a Genova, al mare, alle navi e alle luci del porto. Sapendo che il mio bisnonno era ingegnere navale negli anni dei transatlantici e della Belle époque, e che mio nonno, classe 1922, a quattordici anni sfuggì a quello stesso destino, scappando alla volta del porto e chiedendo di essere imbarcato come mozzo. 

Diverrà marinaio sulla rotta del New England, stando via sei mesi l’anno, e io lo ricorderò invecchiato e fiero, con le braccia completamente tatuate. Conserverò le nostre letterine scritte con un alfabeto segreto, e quando sarò triste sognerò anch’io il porto di Boston, e i gabbiani, e le navi antiche e immense.

Ho amato Genova sapendo che il mio indirizzo era da un’altra parte, dove d’inverno nevica, dove la provincia si fa snobismo, dove c’è una sinagoga bellissima, le amicizie di una vita, il mio liceo e la maggior parte dei miei ricordi.

Oggi, in questa primavera che schianta per la sua meraviglia, nel Borgo Selvaggio gli alberi sono in fiore.
Fiorisce beato anche il mio ciliegio, piantato nel giardino di questa casa in occasione della mia nascita, dal mio nonno di Genova.
E proprio qui, proprio oggi, qualcuno ha sentenziato che il mio ciliegio va abbattuto.
La Strega in questione è la vicina di casa E., mia vecchia maestra delle elementari.
Strega: "Buongiorno!"
Madre: "Buongiorno"
Strega: "Quell’albero andrebbe tagliato, cara M."
Madre: "E perché mai?"
Srega: "Perché d’estate porta API."
Madre: "Ma è nel mio giardino!"
Strega: "Però i giardini sono vicini!"

Si dà il caso che io m’incazzi sul serio sporadicamente, ma quando capita non è bello.
Si dà il caso che io abbia un pazzo terrore di api, vespe et similia, perché ho paura di esser punta negli occhi, nelle orecchie, dovunque.
Nonostante tutto, io voglio il mio ciliegio, e lo voglio in piedi.

La Strega, che insegnava matematica e un’altra serie di amenità, in quarta elementare mi disse che ero molto cattiva e che non mi voleva più bene, per non so quale frase detta a una mia compagna, che si chiamava Sara ed era una grossa mucca ottusa, frignona, bugiarda e piantagrane.
In quinta elementare, quando i miei genitori si separarono, mi prese da parte un giorno per dirmi che mi era vicina, e che ero "una perla, tanto buona e cara".
Ero piccola, ma non stupida.
Inarcate le uniche due sopracciglia che avevo (ché, se ne avessi avute di più, le avrei inarcate senz’altro tutte), la trapassai con la mia cortese indifferenza.

Da allora, nelle persone apprezzo molto la coerenza.
In questo paese di nuove e grandi alleanze, di governi che sbroccano mentre qualcuno sviene e qualcun altro sputa, io bado al mio voto, che andrà, coerente, a chi stimo da sempre, a chi voto da sempre, anche se adesso stiamo sotto una cosa rossa ancora poco chiara, e non abbiamo più nemmeno il simbolo.

In tutto questo fervore, in un ieri che è lontano duemila e cinquantadue anni, un uomo che avrei voluto conoscere moriva nella Curia di Roma, sotto la statua di Pompeo, pugnalato ventitrè volte da una schiera di voltagabbana, figlio adottivo compreso.
Trent’anni fa invece, un altro uomo veniva rapito, la sua scorta ammazzata, proprio nel giorno in cui il suo partito avrebbe dovuto firmare un accordo con quello che, dalla sua evoluzione, ha generato il mio. Un uomo che rispetto, anche se la sua storia politica era lontana da quella a cui sento di appartenere, e un uomo che ricordo, anche se quei giorni non li ho vissuti.

Forse è vero che le Idi di Marzo portano con sè venti nefasti.
Forse è vero che un ciliegio non fa parte della storia di questo paese, e che in fondo ha poca importanza.
Però fa parte della mia storia.
E’ stato il metro delle mie stagioni e del mio crescere.
E’ l’idea e anche il ricordo di un nonno avventuroso e lontano.
Lontano ormai in tutti i sensi, perché naviga altrove, in mari che non so, e che forse stanno in cielo, forse no.

Strega, sappi che, per far abbattere quel ciliegio, dovrai passare sul mio cadavere.