Tag

, ,

Martedì sono andata a far visita alla mia cara amica Giocagiò (splinderianamente nota col nome di VeraMatta), che studia architettura e passa le sue giornate a saltare sui tram torinesi per spostarsi da un’aula all’altra. A volte è al Castello del Valentino, altre volte in un’ala distaccata del Politecnico. Martedì era appunto il turno della tetra e temibile ala sita in via Boggio, di cui l’amica parla usando pittoresche definizioni, come “E’ un posto dove l’aria sa di calda brioche polverosa“.

Io, che da tempo volevo andare a trovarla nel suo universo parallelo che sa di brioche, sono salita sul tram numero 15, alla volta della famigerata via Boggio. Naturalmente, siccome in zona Politecnico sono andata solo una volta per vedere due amici e mi sono pure presa una multa, dopo cinque minuti mi ero già persa.

Sms a Giocagiò, ore 12.15: “Gio, sono salita ora sul tram. Vieni alla fermata, che io non so dove devo scendere, mi raccomando”

Il tram passa in una via che -considero tra me e me- vista l’alta densità di esseri di sesso maschile muniti di occhiali, potrebbe essere quella del Politecnico.

Ma Giocagiò non è alla fermata.

Rimango sul tram, stoica.

Luoghi sconosciuterrimi appaiono e scompaiono fuori dal finestrino.

Sms a Giocagiò, ore 12.30: “Gio, il tram è in Piazza Sabotino”
Telefonata allarmata di Giocagiò, ore 12.31:

“Cosa vuol dire che il tram è in Piazza Sabotino?”

“Eh, che siamo in Piazza Sabotino…”

“Per la miseria! Scendi immediatamente!”

“Uh madre! Ho sbagliato fermata?”

“Sì, cavoli”

“Ah, ecco”

“Prendi qualsiasi cosa vada in direzione contraria”

“Va bene! Mi adopero in fretta e sono da te tra poco”

Sms a Giocagiò: “Ehm… Giò, la fermata?”

Sms di Giocagiò: “Ferrucci”.

Dopo qualche minuto, finalmente, scendo alla fermata giusta, e trovo ad accogliermi la fida Giocagiò.

“Fra, scusa se non ero alla fermata, ma mi hai scritto che eri salita sul tram e subito dopo che eri in Piazza Sabotino!”

“Oh santo cielo, no no! Sono salita sul tram alle 12.15 e alle 12.30 ero in Piazza Sabotino”

In coro: “Oh, cielo!”

Senza più far caso ai ritardi del colosso Vodafone, entro nell’ala briocheosa del Politecnico, scortata dall’indigena Giocagiò.

Uomini ovunque. Altissimi.

C’è l’Uomo Trampolo.

Poi l’Uomo Gruccia.

Ma, attenzione, anche l’Uomo Comodino(!).

Mi viene in mente la frase della mia amica Erica, che fa il quinto anno di ingegneria e dice: “Al Poli non sono tutti uomini. Alcuni erano donne, ma hanno subìto una mutazione genetica al secondo anno“.

E’ proprio vero, il Politecnico è un mondo a parte.

Soprattutto per me, che arrivo dalle facoltà umanistiche, dove la gente non va a lezione, ma campeggia davanti all’università, e dove a qualsiasi ora si sentono solo tre cose:

1) odore di fumo

2) qualcuno che suona i bonghi

2) qualcuno che urla: “Oh raga, merenda! Facciamo kebab per tutta la scalinata?”

…E si vedono solo tre cose:

1) gente al bar, che fuma

2) gente che suona i bonghi

3) gente che mangia kebab (di solito intere scalinate).

Che strano mondo, il Politecnico.

Nonostante l’innegabile interesse che suscita in me l’esplorare nuovi mondi e nuove culture, mi fa un po’ paura pensare che la mia Giocagiò passi le sue giornate lì, tra Uomini Gruccia geneticamente modificati, gente che parla con i computer, sfilze di aule che sembrano cimiteri, a respirare aria che sa di “calda brioche polverosa”.