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Qualche tempo fa, cenando con mio padre in una città che adoro, ho riconsiderato la mia posizione sulle figlie femmine. Anche se si tratta pur sempre di un futuro lontano, penso spesso che non vorrei una figlia, o perlomeno che, potendo scegliere, vorrei un figlio maschio. Questo perché, in buona sostanza, credo che le bambine siano leziosette e stronze, e che, per sopportarne una, ci voglia un esubero di pazienza, che io non ho. Pregiudizi. Sciocchi, forse.

Poi è successo che, durante la sopracitata cena nella città splendida, io abbia visto una bambina seduta al tavolo accanto al mio, e ne sia rimasta totalmente rapita. Ho pensato: “Se fosse così, la vorrei anch’io una figlia femmina”.

Non so dire perché. Era bella, certo, ma non è questo il punto.

Otto anni circa, i capelli scuri raccolti in una coda, vestita di rosa e di jeans.

Non c’è niente di più bello che una bambina in rosa e jeans: io stessa, da piccola, ne andavo pazza.

Quella piccoletta, che chiamerò Beatrice perché è un nome che mi piace, era la quintessenza della grazia infantile. Ci sono bambine intabarrate in spolverini Burberry che fanno ridere i polli e rimangono goffe e brutte. E ce ne sono invece altre che, in rosa, jeans e coda di cavallo, sono dotate di una grazia e un’eleganza naturale e infinita, già ad otto anni.

Beatrice sedeva con i genitori e il fratellino. Colorava  un quadernetto con pazienza. Diceva: “Sai mamma?” e “Sai papà?”.

Mi sono messa a immaginare il carattere di quella bimba, prendendo spunto come sempre dai libri:

– allegra come Pollyanna (ma non sfigata come lei)

– buona come la Beth di “Piccole Donne” (ma di salute più vigorosa)

– intelligente e furba come la Matilda di Roald Dahl (ma molto più amata dai genitori)

– timida come la Violetta di Giana Anguissola (ma meno mammola).

Non potevo fare a meno di guardarla e di pensare che, per un esserino così, butterei al vento i miei pregiudizi stupidi, e sarei una madre orgogliosa.

Ogni tanto mi fa ridere pensare a un’ipotetica me con dei figli.

Ridere non per i figli, che vorrei assolutamente, ma per me e la mia  disorganizzazione congenita, perché vado a dormire tardi e mi sveglio tardissimo, perché rimando sempre al giorno dopo, perché inizio cento cose e ne concludo solo qualcuna. Ma anche perché in amore ho la fortuna delle sorellastre di Cenerentola, e si sa che, senza uno Shrek accanto, i bambini non piovono dagli alberi (sempre che PIOVA qualcosa, dagli alberi).

Poi succedono cose come questa: la mia amica Ciaki sogna un bambino, che nel sogno è mio figlio. Mi dice che è simpatico e molto sveglio, con gli occhialetti e i capelli a spazzola. E io sbarello. Non lo conosco, ma sono già fiera dei suoi occhialetti e capelli a spazzola, del fatto che sia sveglio e simpatico. Penso spesso a lui. Profumerà di borotalco, e magari avrà le lentiggini.

Ora, però, penso anche a Beatrice. La mia, questa volta.

Alla sua grazia innata, al golfino rosa portato con i jeans, al quaderno che colorerà con metodo e cura.

Al carattere che sarà ogni giorno una scoperta.

Non dico che debba essere davvero presto (no grazie), ma in ogni caso: a presto, piccoletta.

(Una cosa comunque è certa: la mia Beatrice si chiamerà Linda).