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Poche ore fa, in Piazza Vittorio, a Torino, ho incontrato Pierfrancesco Favino, per caso, mentre bevevo un tè. E mentre ballo dentro mille cieli e sotto altrettante stelle, penso che tutto questo a me non serve più, perché se anche schiattassi ora, schiatterei comunque felice. Prendo spunto da una tristissima e meravigliosa poesia di Auden (che non c’entra nulla con quel che voglio dire e anzi parla di un funerale, e che a proposito viene letta in una scena di Quattro matrimoni e un funerale, che recita):

 

Non servono più le stelle
spegnetele anche tutte
imballate la luna
smontate pure il sole

 

e dico che, se il mondo finisse oggi, non avrei nulla da ridire. Titubante mi sono avvicinata all’attore che più stimo, e gli ho detto, molto stupidamente: “Tu sei il mio mito. Scusami, so che a Torino uno pensa di non poter essere importunato, ma se vedo una volta nella vita Favèn, non posso non salutarlo. Tu sei il mio mito”. E’ stato eccezionale, mi ha stretto la mano per minuti immensi, e ha riso, e mi ha detto che gireranno qui fino ad aprile. Grazie, dèi dell’Olimpo. Grazie per questi secondi e questa fortuna. Che in un’altra vita ormai finita volevo fare il suo mestiere, quello non gliel’ho detto. Che ho la sua foto incorniciata sulla scrivania, nemmeno quello gliel’ho detto. Ma non importa. Non importa più niente. L’unica cosa che penso, dopo questo, è che, se schiattassi adesso, non me ne importerebbe un baffo.