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Oggi Sputacchio compie 12 anni.

Sputacchio è mio cugino Gabriele, detto Lele e in amicizia Sputacchio, o Caccola, perché è piccolo e minuto come, appunto, uno sputacchio o una caccola.

Nonostante i rivoltanti soprannomi scelti dalla cattivissima cugina (che poi sarei io), Gabriele è sempre stato un bambino bellissimo. Ora cresce a vista d’occhio, e tra qualche anno dovrà chiudersi in casa, perché, ne sono sicura, farà strage di cuori.

E’ nato il 4 marzo, come Lucio Dalla, in una sera che odorava di primavera, mentre sua nonna aveva la febbre e sua cugina tingeva i capelli alla Barbie con l’indelebile blu.

“E’ nato, è un maschio!”

“Bene, almeno così lo chiamano Gabriele e non Michela”.

Avevo 10 anni e mezzo, figlia unica, nipote unica, gelosa come una tempesta.

I miei nonni erano miei, mia zia era mia zia, mia mamma per fortuna rimaneva sempre mia mamma.

Non lo sopportavo, e occhieggiavo la sua culla torva come la strega Malefica della Bella Addormentata.

Pochi mesi dopo,  però, il pupattolo infernale conquistò anche me: di nascosto gli toglievo il ciuccio ogni due per tre, con l’intenzione di farlo piangere e disperare, mentre lui, ogni volta, rideva. Quel giorno decisi che, dopotutto, non era così male. Passati dodici anni, penso che mio cugino è mio cugino, e come lui non c’è nessuno. E’ bellissimo, con quei suoi occhi e capelli nerissimi. E’ sveglio e intelligente. Ha un’agenda più fitta d’impegni della sottoscritta: fa la prima media ed è un piccolo campioncino di tennis. Da quest’anno non scia più, perché ha deciso che soffre di vertigini e la seggiovia gli fa paura. Ama Harry Potter e non capisce che non è necessario che me lo spieghi, perché quando io leggevo “La pietra filosofale” lui ancora portava il ciuccio. Tifa Inter ma non gli interessano le partite. Come ogni maschio che si rispetti, in presenza di altri maschi diventa merdoso e distaccato, tenendo fede al mio primo teorema (“I maschi in gruppo diventano deficienti”). E, per confermare il sottotitolo al primo teorema, che recita “Per comporre un gruppo bastano due maschi”, è sufficiente la presenza del suo amico Lorenzo, detto affettuosamente Bistecca (vista la mole e soprattutto il contrasto con Sputacchio), perché dagli abbracci e dal suo tipico correre incontro alla qui scrivente, si passi alla modalità “tignoso attaccabrighe stizzito”.

Nonostante i suoi acerbi gusti musicali facessero prevedere scenari a tinte fosche (a quattro anni ascoltava gli Aqua e a otto Nek e gli Sugarfree), si è riscattato proprio quando ormai lo davo per spacciato, prendendo tutti in contropiede: a 11 anni e mezzo si è innamorato dei Pink Floyd, ascolta solo Pink Floyd, parla solo di Pink Floyd. Farà strada, il ragazzo.

Caro Sputacchio,

mi costa molto vederti crescere.

Pensare che un giorno quella miniatura che vedeva con me “S.O.S. Tata” sarà un adolescente fico e poi un tombeur de femmes, mi fa uno strano effetto.

Pensare che tra qualche anno quelle piccole mani che ora fanno i compiti d’inglese insieme a me saranno grandi e venose, mi fa sorridere.

Abbi pazienza, ma non riesco a vederti grande, perché già ora quando metti il gel ti rido in faccia.

Spero che tu riesca a realizzare i tuoi sogni, a diventare un ingegnere informatico, come vai farneticando da anni, anche se probabilmente non sai quello che dici.

Spero che un giorno tu possa trovare una Raperonzolo capace di amarti come meriti, e di capire che sei speciale e vai trattato con cura.

Spero che tu possa ricordarti di me, tua unica cugina, che nei tuoi 12 anni di vita non ha fatto altro che affibbiarti soprannomi, farti imparare a memoria la formazione dei Subsonica, prepararti spremute d’arancia e coccolarti sempre moltissimo.

Un giorno ci siamo ripromessi di visitare Roma insieme, quando tu avrai vent’anni e io trenta.

Chissà se te ne ricorderai. Io a Roma ci voglio vivere, anche se di questo non ti ho mai parlato.

Sappi però che, in casa mia, ci sarà sempre una poltrona letto dell’Ikea con uno di quei nomi allucinanti e impronunciabili pronta per te.

Quando vuoi, Caccola, basta un fischio.