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Che i Cure fossero la cura ad ogni male del mondo, lo sospettavo da sempre. Da quando a quattordici anni cantavo “Friday I’m in love” aspettando un cavaliere sgangherato. Da quando, a venti, ho deciso che con “Why can’t I be you” sarebbe iniziato il mio film d’esordio come regista. Da quando ho capito che, per estraniarmi dal mondo intorno a me, non serve un bosco vero, ma basta la loro “A Forest”.

Ieri sono partita per Milano con la mia amica Ileana. Avevo pensieri nebulosi e increduli, il biglietto in tasca e scarpe viola ai piedi. Non so se è stato tutto un sogno, o se invece è successo veramente. Se davvero ho visto Robert Smith salire sul palco e cantare per tre ore e un quarto filate.

So solo tre cose:

– che due tizi sui quaranta, seduti davanti a me, vestiti di nero e più pazzi dei pazzi, tra nove mesi saranno genitori, che lo vogliano o no. E al bambino in questione, che chiameranno Lullaby come una canzone dei Cure, spiegheranno di averlo concepito davanti agli occhi attoniti di una discreta frangia di pubblico.

– Che Robert Smith è un genio, la sua voce unica, e io lo adoro, perché non puoi fare altro che amarlo, un tizio capace di teorizzare l’amore e insieme i giochi di prestigio, il circo e la follia, occhi giapponesi e suicidi, e annegamenti, e un colpo di fulmine che arriva sempre e solo di venerdì.

– Che A Forest è stata e sarà sempre la mia canzone. E nonostante il giornale musicale di Repubblica scriva: “A Forest è l’inno dark per eccellenza. È il pezzo che i fan del gruppo durante i live cantano come un coro da stadio”, io so che le cose non stanno affatto così.

Perché io non solo non sono dark, ma vado pure pazza per il fuxia.

Ma soprattutto perché ieri sera, quando Sir Robert ha cantato A Forest, e la chitarra più lugubre della storia ha iniziato a suonare, tutta la gente è improvvisamente sparita. Nessun coro da stadio. C’ero solo io, in bicicletta come in certe sere d’estate, persa in quel bosco e in quel silenzio malinconico e verde che è stato scritto e raccontato solo per me. C’ero io sola al mondo, un’altra volta, finalmente.

I Cure sono A Forest. La cura è A Forest.

La cura è un bosco, in biclicletta, e a me basta una canzone.