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Nel mese di luglio del 2003 avevo 17 anni e mezzo e il cuore spezzato. Volavo verso un’isola greca con mio papà, che la settimana precedente mi aveva detto: “Lunedì partiamo per la Grecia, prepara la valigia”, senza darmi il tempo di ribattere che, no grazie, preferivo rimanere a casa a struggermi e bere Estatè.

Volavo, dicevo, verso la Grecia, quando si fece ora di pranzo. Si sa che il cibo in aereo fa schifo, e quel vassoio mesto non faceva eccezione. Un’insalatina di pasta ghiacciata, un panino raggrinzito e un mini panetto di burro, o forse un formaggino. Il caso mi spinse a girare il mini panetto di burro che forse era un formaggino, e a leggere la data di scadenza, che campeggiava cangiante nel bel mezzo della carta lucida. 7 novembre 2003.Io, chissà perché, pensai tra me e me: “Sento che questa data significa qualcosa. Sento che mi cambierà la vita”. Non sono il tipo che fa sogni premonitori o dà troppo credito agli oroscopi. Eppure quella data aveva un fascino bizzarro, mi diceva qualcosa, senza che ne capissi il  motivo.

A settembre iniziavo l’ultimo anno di liceo, e di quell’episodio mi ero ormai dimenticata.

Ad ottobre però, partii per la gita scolastica in Tunisia, e la  data in questione tornò prepotentemente a farsi viva. Si dà il caso che il 7 novembre, in Tunisia, sia una specie di festa nazionale: dovunque andassi vedevo vie, avenue e piazze che si chiamavano, appunto, 7 novembre.

Arrivata a casa presi la mia fida Smemoranda e, in data 7 novembre, scrissi “D-DAY. Oggi succederà qualcosa”.

Arrivò novembre, e mi colse trepidante.

Arrivò anche il giorno 7, e non successe un bel niente. O meglio, non successe nulla di rilevante: di mattina a scuola tutto come sempre. Di pomeriggio, al laboratorio teatrale del liceo, ci assegnarono le parti. Nulla di strano. Tornata a casa un po’ delusa, presi la solita Smemoranda e aggiunsi una postilla rassegnata sotto alla scritta “D-DAY”.

Sono passati quattro anni e alcuni mesi, da quel giorno. Nel frattempo sono successe molte cose. Ho iniziato l’università e ho continuato a fare teatro, un po’ qui e un po’ là. In un giorno di gennaio del 2006, mi è arrivato un sms della mia amica Giocagiò, che aveva da poco fondato una compagnia teatrale: “Ci sarebbe un posto per te nella compagnia. Che ne dici, ti va di entrare?” Sono entrata nella compagnia. Nel giugno di quell’anno, recitavo in uno spettacolo su Mozart scritto e prodotto da noi. Quella sera fui folgorata sulla via di Damasco. Dentro di me una voce diceva: “Tu vuoi recitare. Tu vuoi fare di questa cosa la tua vita”. Per la prima volta ebbi la consapevolezza, chiara e certa, che il teatro non era un passatempo, ma la vita che volevo. Io, che facevo teatro dalla quarta ginnasio, mi ero finalmente accorta che i miei studi in storia facevano per me, ma non abbastanza. Il teatro, sì. E poi il cinema, santo cielo. Dall’ultimo anno di liceo vivevo con un film in testa, pensando ai dialoghi, alla musica, a tutto. Io non penso in modo normale: trasferisco automaticamente su pellicola ogni cosa che vedo. A luglio ho tentato l’esame d’ammissione al Centro Sperimentale di Cinematografia. Non è andata bene, ma qui non ci abbattiamo facilmente. Una delle poche depositarie di questo segreto, era ed è la mia amica Giocagiò.

Ora Giocagiò, che scrive da Dio, ha un blog qui su Splinder. Nel fare un po’ di giusta propaganda, colgo l’occasione per ringraziarla, per molte cose. Per il moquette party a base di cipster e coca cola che abbiamo fatto nella stanza d’albergo di Reggio Emilia, durante il festival del Teatro delle Polveri, in quarta ginnasio. Per le risate fatte negli anni del liceo, anche se non ci conoscevamo ancora bene. Per il festival teatrale in Puglia, i giorni splendidi, le sue imitazioni di Anna Marchesini. Perché lei era la stella del nostro teatro, ma è sempre stata umile, anche se avrebbe potuto tirarsela, per quanto era (ed è) brava. Per la nostra amicizia che è andata crescendo sempre più in questi anni di università, per le cene passate a ridere, per il cous cous istantaneo, per il mio sacco a pelo che dal novembre del 2006 campeggia in pianta stabile in un armadio di casa sua, perché così ho una scusa in più per fermarmi a dormire.

C’è una cosa, però, più importante di tutte le altre.

Io non gliel’ho mai detto, ma da tanto tempo so benissimo che cos’è successo il 7 novembre del 2003. Quello che sembrava normale, normale non era. Ci hanno assegnato le parti a teatro, lei è diventata Giocasta e io Amorgos, la sua spalla. Abbiamo avuto la nostra scena insieme, rimasta negli annali della storia del liceo. Da quel giorno non siamo più Francesca e Sara, ma Amorgos e Giocasta. E, soprattutto, siamo diventate grandi amiche. Grazie a lei sono entrata nella “Compagnia dell’Assenzio” e ho recitato in quello spettacolo su Mozart, nel giugno del 2006. Quella sera, come ho già detto, sono stata fulminata sulla via di Damasco e ho capito che cosa volevo farne della mia vita.

Se non fosse stato per il mini panetto di burro che forse era un formaggino, e per il 7 novembre 2003, nulla di tutto ciò sarebbe successo.

Se non fosse stato per LEI, nulla sarebbe successo.

In occasione della nascita del suo blog, pensavo fosse giunto il momento di dirglielo.

Grazie, Giocagiò alias Vera Matta.

Leggete il su’ blogghe, che l’è brava la signorina.