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Ieri il mondo era dalla mia parte. Per tutto il giorno, in ogni momento, mi sono sentita coccolata dal caso.

Prima di tutto ho finalmente passato il pidocchioso esame di cui ho già scritto.
Nonostante la sera prima meditassi d’impiccarmi col filo interdentale, ieri mattina sono coraggiosamente entrata in aula. E ho fatto bene, perché mi ha interrogata l’assistente, notoriamente più umano del professore, vecchio acido e sputasentenze.
Alla prima domanda ho fatto scena muta.
Mi chiede: "Signorina posso farle un’altra domanda?"
Retropensiero: oddio grazie, lei è un santo, posso baciarla in fronte?
Rispondo: "Certo, la ringrazio"
La seconda domanda è esattamente ciò che ho studiato la sera prima, con tanto di schema a matita fatto a piè di pagina: avrei risposto cantando, ma mi sono limitata a snocciolare con garbo i punti chiave.
Centro.
"Bene signorina, molto bene! Mi parli ora dei poteri legittimi secondo Max Weber".
Altra parte ripassata con brio prima di andare a dormire. Medito di offrire la mia mano all’assistente, e intanto rispondo beata.
"Benissimo davvero. Le faccio un’altra domanda, ma mi deve rispondere con UNA SOLA PAROLA".
E qui casca l’asino. Perché l’argomento lo so. Ma.
"Io le rispondo, ma non ce la faccio con una sola parola, temo".
Infatti non ce la faccio.
"Signorina va bene, ma un po’ per la fine e un po’ per l’inizio… Con grande rammarico… (Oddio mi dà 18, oddio mi dà 18!) Le propongo un VENTICINQUE. Mi dispiace, perché LEI SA (sì sì, non SO una mazza, quest’esame è il mio spettro da una vita e non ne potevo più, accetterò qualunque cosa, ma facciamo che ha ragione lei). Allora venticinque. Accetta?"
Io: "Cavoli! Certo!"
Mentre mi chiedo se sia sconveniente dire "Cavoli" all’assistente del professore, parlandogli come se si stesse al Bar Sport a giocare a biliardo anziché in sede d’esame, tiro fuori il libretto e osservo con occhi famelici la scrittura del voto. Non m’importa se mi rovinerà la media, non m’importa più niente, ho passato quest’esame e mi sento finalmente libera. Max Weber e teorie del cazzo, addio.

Esco saltando dalla facoltà.  Sono diretta al negozio delle scarpe di Mary Poppins (vedi post "Esame in vista"). Cammino a un metro da terra e non mi bastano le orecchie per fermare il sorriso.
Arrivata al negozio, entro baldanzosa e con voce baritonale dico: "Vorrei provare quelle scarpe color carta da zucchero che ha in vetrina. 41."
La proprietaria, con un’occhiata che dice "Oggi ho lo scazzo addosso e vi odio, clienti di merda, odio voi, i saldi, Mastella e questa società che ci opprime" , mi risponde in finto gentilese: "Mi dispiace, il 41 in quel colore è finito. E’ rimasto nel marrone e nel rosa".
Ora: sarò anche bizzarra, vorrò un paio di scarpe che potrebbero mettere solo Mary Poppins, mia nonna se avesse avuto cinquant’anni negli anni trenta e la Befana. Ma marroni fanno schifo e rosa…
Decido di provarle. Rosa. Mi piacciono.
Vorrei tornare nel pomeriggio con un’amica, ma Madama Merda chiude alle due. Vorrei scattare una foto con il telefono, farla vedere a un’amica e tornare l’indomani, ma Lady Fanculo sentenzia: "Non posso assolutamente lasciare che lei scatti una foto qui dentro. Gli articoli non si fotografano!"
Immagino:
1) che la moquette la inghiotta
2) me con le scarpe rosa
Decido che VOGLIO quelle scarpe, che il rosa non è rosa vomito, ma ROSA DI GENOVA (è una tonalità particolare, ma probabilmente chi non ha mai fatto un giro tra i palazzi antichi di Genova Nervi non sa di che parlo e mi sta dando della scema)
"Va bene, le prendo".

Esco, sempre saltando, e torno in zona università per pranzare con la mia amica Martina, che ha un esame e passerà nel pomeriggio. Le racconto dell’assistente a cui avrei offerto la mia mano, della stronza e delle scarpe, le anticipo che ho una sorpresina nella borsa, e dopo due minuti siamo sedute ad un tavolino nel dehors dell’Antonelli, in Piazza Vittorio. Fa caldo, la primavera fa capolino a febbraio, ho il sole negli occhi e l’umore esulta. Pranziamo ciarliere e allegre, la sorpresina è un mini croissantino al cioccolato che ho preso in un bar vicino al negozio delle scarpe di Mary Poppins, il caffè è un buon caffè-come-si-deve.

All’improvviso Martina, rivolta verso i portici, esclama: "Oddio c’è Nanni Moretti! Girati, c’è Nanni Moretti!"
Mi giro, con un infarto in corso.
Martina: "No no, non è Nanni Moretti. O sì?"
Le orecchie sono quelle. Il naso più brutto del mondo anche. I capelli, la camminata, la verve.
Io: "MioddiomioddioèveramenteNANNIMORETTI!"
Martina: "Inseguilo! Vai Franci vai!"
Io: "Nonono. Nonono".
L’emozione mi blocca. Io amo e odio Nanni Moretti. Un giorno lo disconosco, il giorno dopo vorrei spararmi il dvd di "Ecce Bombo" e  subito dopo a ruota "Palombella Rossa". Ho un neo sulla caviglia che ho chiamato Nannimoretti in suo onore.
Non lo seguo, non ce la faccio. L’attimo è passato.
Naturalmente me ne pento subito.

Poco dopo, al momento di pagare, alla cassa vedrò una scatola piena di gianduiotti, e ne comprerò uno.
Penserò: sicuramente, se ha svoltato da quella parte, sarà a pranzo al Caffè Elena. Se lo vedo lo abbraccio e gli regalo il gianduiotto.
Ma l’Elena, santa miseria, il mercoledì è chiuso.
Ci saranno chiacchiere, ci sarà una passeggiata in Borgopò.
Ci sistemeremo su una panchina in Piazza Vittorio (tentando di non fissare gli atti osceni in luogo pubblico di un tizio e una tizia che si stanno letteralmente MANGIANDO la faccia) e parleremo ancora un po’ cercando di non pensare all’esame di Martina e sperando sopratutto di avvistare Nanni Moretti.

Ma Nanni Moretti non passerà.
E, siccome fa molto caldo, quando tirerò fuori dalla tasca il gianduiotto per mangiarmelo io, scoprirò che si è sciolto.