New York Stories di Paolo Cognetti – una recensione

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Saul Steinberg, View of the World from 9th Avenue – Copertina del New Yorker del 29 marzo 1976

 

Per ragioni che in un certo senso si intersecano, i libri di Paolo Cognetti e New York sono due argomenti a me molto cari: le cose da dire sarebbero troppe, è difficile scegliere quella giusta da cui cominciare.
Cercherò di partire dai fatti, e poi vedremo come proseguire. Lo scorso novembre è uscita per Einaudi New York Stories, un’antologia di racconti curata da Cognetti che percorre tutto il Novecento: parte da Fitzgerald quando le due torri non ci sono ancora e arriva a Colson Whitehead quando non ci sono più, terminando appena dopo la fine del secolo di Gotham.
È una casa che contiene ventidue finestre, una strada con ventidue case, una mappa su cui si illuminano ventidue puntini, ciascuno dei quali racconta il suo punto di vista e contiene altre storie e altre persone. In mezzo a tutto questo e in mezzo ai ventidue c’è la storia numero ventitré: solo apparentemente invisibile, perché in realtà è quella che tiene tutto insieme. Il punto di vista totale, quello di chi ha scelto la strada da percorrere e i puntini da far illuminare. Naturalmente, il curatore. Che introduce il libro e ogni sezione (sono cinque e si dipanano in ordine cronologico: Gli anni ruggenti, La grande migrazione, I love NY, L’età ribelle, Luminosa decadenza di New York) e che in mezzo alle pagine nasconde in piena vista una lettera rubata: la sua. Cantata a New York per la prima volta non con le sue parole e basta, ma anche attraverso quelle degli altri ventidue.
Se al libro si potesse associare un’immagine, quella che verrebbe in mente a me sarebbe questa: Cognetti che cammina da un’età all’altra, da un punto all’altro, da uno scrittore all’altro, facendoci da guida e da aedo. Una versione cartacea e newyorkese di Bruce Springsteen nel video di Streets of Philadelphia (peccato che quella del video sia la città sbagliata).

Io, a differenza sua, in questo caso particolare non riesco ad andare con ordine. Sono troppe le cose belle, troppe le cose care. E troppe le cose da dire ogni volta che si parla di New York. Mi accontenterò di procedere come mi viene, senza decidere, senza guardare.

La prima cosa da sapere su New York è che non è abitata solo dalle persone che ci vivono in carne e ossa, ma da molte di più: “tutte quelle che nessuno si è mai messo a contare”, ovvero quelle che popolano le pagine di carta, e i film, e ogni cosa che qui sia stata scritta e immaginata. Questo me lo spiegò Cognetti in un altro libro tanto tempo fa, ed è la verità più vera che possa essere detta su New York: è una città che ne contiene tante altre, una in ogni quartiere, una per ogni persona che posa i suoi occhi su di lei. “Ci sono otto milioni di nude città in questa nuda città… Si scontrano, battibeccano. La New York in cui vivi tu non è la mia, come potrebbe esserlo? Ti distrai un attimo e questo posto si moltiplica”. Lo dice Colson Whitehead raccontando gli strati e le vite infinite di questa città che ti salta sopra e che certo è molte cose, ma non un posto solo.

La seconda cosa da sapere su New York è che qui diventi sazio: ti riempie gli occhi e ti toglie la fame. Io che ci sono andata a vivere, quella sazietà ormai la conosco bene.

La terza cosa da sapere su New York, e stavolta non di tutta ma solo della mia, è che in un certo senso le parole di Paolo Cognetti a New York sono sempre state con me, almeno da un certo punto in poi. Erano con me quando ci sono arrivata per la prima volta dopo averla sognata per molti anni, in quel taxi al buio mentre aspettavo di sapere quale sarebbe stato il mio primo mattone. Erano con me quando ho sentito che stavo tornando a casa in un luogo dove non ero mai stata fisicamente e in cui da sempre sospettavo avrei trovato quello che cercavo di me e nel mondo. Ed erano con me quando due anni dopo mi ci sono trasferita, con due valigie, nessuna casa, ventun libri (tra cui due suoi), e un amico che mi mancava e a cui avrei voluto dire che sì, alla fine l’avevo fatto davvero.

Sono arrivata il 21 novembre, entrambe le volte. La prima in viaggio e la seconda, nella mia testa, per sempre. “New York non è la città di chi ci è nato, ma quella di chi l’ha molto desiderata, e ha dovuto combattere per farne parte”. Avrei compiuto trent’anni di lì a due giorni ed ero sola e fiduciosa. Spaventata, anche se questo l’avrei capito poi. Ero un puntino che stava andando ad aggiungersi ai milioni di puntini che popolano New York, ai suoi milioni di storie, solitudini, felicità possibili. Ero, tra quei puntini, uno di quelli che vengono a New York cercando di farle mantenere le sue promesse. Sapendo già quanto “è alto il prezzo da pagare quando un sogno così grande ti frega”. Nella speranza di non diventare pazza e di non morire, nella speranza che quel miracolo che ogni tanto a New York può succedere a qualcuno sia destinato a capitare a me.
(In attesa del miracolo totale, posso dire che una cosa magica è successa subito, dieci giorni dopo il mio arrivo: l’amico che mi mancava è tornato e da lì è sempre rimasto con me, riuscendo a starmi accanto forse quasi più di chiunque altro, in quei miei primi sei mesi newyorkesi).

Arrivare sapendo che si è lì per rimanere, o almeno che non si è lì di passaggio, è molto strano. Ci si sente sul serio “come ragazzini in un enorme capannone luminoso e inesplorato”, davvero si intravede “tutta l’iridescenza degli inizi del mondo”, o dei molti possibili, o se non altro degli otto milioni di città che si aprono dentro quella città. Otto milioni di città sono moltissime città. Sarebbe bello conoscerle tutte, e non sarà mai possibile. Ed è bizzarro pensare che proprio ora che sono finalmente un tutt’uno con New York e posso trascinarmela appresso oltre ogni soglia, come Fitzgerald prima di me, proprio ora che so di conoscerla meglio di quanto la conoscessi prima, in realtà mi sembri di conoscerla meno e di vederla con meno chiarezza di quella che mi pareva di possedere quando l’avevo vista solo per poco. Ora che ci sono dentro mi sembra insieme più vicina e più lontana, accogliente e imprendibile, amica che non mi lascia mai davvero sola e spazio sempre più vasto e meno conoscibile. Ha ragione Tom Wolfe quando dice che solo i morti conoscono Brooklyn, però non vale unicamente per Brooklyn: vale per tutta la città. Sarà perché contiene otto milioni di città? Sarà per tutti gli abitanti che popolano questi otto milioni di città nella città? Ho paura che questa conta sia inesatta: la verità, penso, è che New York ha contenuto otto milioni di nude città in ognuna delle sue ere. E le sue ere sono brevi, si succedono rapide, sono persino di più di quelle che uno s’immagina.
Pensando solo a questo libro: New York era otto milioni di città quando Fitzgerald camminava sul tetto di un taxi lungo la Quinta Avenue deserta nel calore di una domenica notte del 1920, ed era già altri otto milioni di città quando Henry Miller se ne stava sul ponte di Brooklyn a rimirare le nere ciminiere, o un punto di spuma, o una chiazza di nafta, a occuparsi delle miriadi di stelle, delle miriadi di mondi, e intanto a procedere sull’East river come un carrarmato galleggiante fatto di perle. Era altri otto milioni di città ancora quando ad Harlem i gigolo corteggiavano donne disperate per poter mangiare e si chiedevano se la suola delle scarpe avrebbe retto fino al lato opposto della strada, quando molto più giù, vicino all’angolo di Houston Street, la vecchia Mary aspettava che il figlio perduto arrivasse da Portorico bevendo birra sui gradini del suo palazzo ignara che fosse un nano, quando Joan che non era fotogenica stava trovando lavoro come maschera in un teatrino, quando l’altra Joan piangeva negli ascensori prima di scegliere di andare via, quando un giovane dentista del Village toglieva tutti i denti alla madre ai margini dell’arte di Bill Grove, quando Esmeralda veniva violentata e ammazzata su nel Bronx, quando Charles Morton Luger sul sedile di un taxi e senza preavviso capiva di possedere un’anima ebraica, quando Truman arrivava dall’Alabama senza la vecchia Selma e Joe Vitale decideva di tornare a nuotare a Rockaway Beach, quando Faith per ragioni di solitudine accumulata si eccitava davanti a un uomo che attraversava la strada, quando l’allievo rabbino Leo Finkle pensava bene di sposarsi finendo poi per innamorarsi della figlia del sensale di matrimoni (gran volpone).
Come si possono conoscere otto milioni di città che cambiano continuamente? Contano gli otto milioni vecchi o gli otto milioni nuovi? E otto milioni moltiplicati per tutte le ere di New York quanti milioni diventano? Quante città sono otto miliardi di milioni? Temo che nemmeno i morti conosceranno mai davvero Brooklyn, né il resto di New York: non ci sarà mai tempo, non ci sarà mai modo. Troppe persone, vite, case, città nella città. Stanze nelle stanze. Proprio come nella casa di Nicholas in “Ti vedo, Bianca” di Maeve Brennan, una casa che “dà l’impressione di avere ricevuto in dote gli aspetti e gli angoli migliori, e le profondità e le atmosfere più segrete e recondite, non solo di due, ma di dieci o venti stanze diverse”. E “a volte sembra l’anticamera di molte altre stanze, e a volte sembra un locale aggiunto a molte altre stanze”, ed è “come un telescopio, e al tempo stesso come quello che si vede attraverso un telescopio. Ma più di tutto è una stanza privata nascosta dietro le quinte di un teatro affollatissimo con la stagione in pieno svolgimento”.
Grazie, Paolo Cognetti, per tante cose. Grazie per Maeve Brennan, grazie per tanti di questi ventidue (grazie ad esempio per Ed Sanders). Sì, credo che quelle molte stanze contenute in una stanza sola siano esattamente l’essenza di New York, il suo incantesimo e la sua stregoneria e maledizione. Ogni cosa ne contiene molte altre: ogni agenzia di viaggi è già stata una pizzeria, e ogni pizzeria che c’era prima dell’agenzia è un salone di bellezza che ancora non c’è ma ci sarà nel futuro e che quindi, per il principio in cui io credo – quello secondo cui tutto accade nello stesso momento – esiste già. Ogni stanza ha dentro venti stanze diverse, e un teatro e le sue quinte e il suo pubblico, ed è insieme telescopio e stelle, iridescenza, solitudine, tutti gli alberi cresciuti fino a toccare le finestre delle case, tutti i gatti spariti da quando esiste la città, e le voci, i tentati suicidi delle belle bionde, i pazzi, il desiderio di fuggire, la morte, l’amore. “Ogni tetto si trasforma in tappeto volante appena qualcuno ci monta sopra”: sarà per “il rombo oceanico nell’aria sopra le strade” di New York, sarà per il “gran cielo della costa atlantica” che rende più pratico il volare, sarà perché guardare la luna da qui, da questa città che non è una città americana ma una città ebraica, italiana, irlandese, nera, ispanica, da questa città che è “un ponte teso tra la vecchia Europa e l’allucinante mistero che chiamano America”, per me vuol dire ancora e sempre guardarla dal lato giusto dell’oceano Atlantico, e anche di quello Pacifico e Indiano. New York sta sopra tutto quanto, perché è insieme capitale del mondo e capitale dell’immaginazione. È quello che intendo quando dico che è la Roma Imperiale dei giorni nostri: è la capitale del mondo e lo sarà ancora per molto, perché c’è il mondo a New York, compreso tutto quello che non è America. E perché non è mai stata solo una città né lo sarà mai: Fitzgerald aveva scoperto la verità sbagliata. Dove la città finisce non finiscono i suoi confini, che anzi vengono ributtati indietro e se ne stanno a ballare attorno alle strade di tutti gli altri sette milioni e novecentonovantanovemilanovecentonovantanove città. Senza fine. Così da sempre, così per sempre: otto milioni di miliardi di città, da che questa città esiste. Non avrà mai confini perché non può smettere di essere immaginata e di contenere storie. Diventa sempre più grande, sempre più alta, sempre più profonda, sempre più città dentro la città e dentro le sue ere.

C’è stato un momento della mia vita in cui avrei voluto abitare a Roma, quando ancora New York la sognavo e basta, e c’è chi (più di una persona) per questa cosa pensa che questo amore sia meno vero perché prima ce n’è stato un altro meno coraggioso. Negli ultimi mesi ho capito diverse cose: la prima è che non devo passare la vita a vergognarmi perché ci sono stati giorni in cui credevo di volere altro o non sognavo abbastanza. Sarebbe come vergognarsi perché ti ha toccata un altro uomo prima di quello con cui stai. Non per tutte New York può essere il primo uomo che ti tocca come lo fu per Joan Didion, ma con un po’ di fortuna magari per me potrebbe essere l’ultimo. La seconda è che quello che sono stata disposta a fare per questa città, ovvero giocarmi la vita a dadi, prima non l’avevo mai fatto per niente e nessuno, nemmeno per una persona. E farlo per una città continua a sembrarmi più giusto. La terza cosa è che non m’importa più di essere capita. Su quel che volevo una volta e quel che voglio ora, sui desideri vecchi e i desideri nuovi, ho smesso di giustificarmi. La quarta cosa che ho capito è la più grande che mi abbiano insegnato questi primi sei mesi: che devo essere libera dai pensieri di tutti quanti, persino dai miei. Andare dove voglio andare. Essere quello che sono fino a quando non smetterò di esserlo e finché non vorrò essere una cosa nuova. Se lo fanno i miei otto milioni di città, non vedo motivi per cui non posso farlo io. Possibilmente rimanendo a New York. Sarebbe bello rimanere a New York e cambiare insieme, diventare venti stanze, una quinta teatrale, una nave merci nello Erie basin, una torre di controllo all’aeroporto La Guardia, un pezzo di latta circolare e lucente che rotola per la strada, un gatto che sparisce, e non voler mai andare via. Immagino già la mia finestra: io vedo sempre la mia finestra newyorkese del futuro, e la cosa strana è che sono capace di vederla solo da fuori. Varrà per quella finestra la stessa regola che mi sembra esser vera per New York? Che da fuori si vede meglio di quanto non si riesca ad afferrarla da dentro? Sarà che quando ci si è dentro la città inizia a moltiplicarsi e ci lascia prendere solo il pezzetto che è più nostro di altri, e neanche quello completamente, poiché non possiamo possederlo in tutte le ere.
Come sarebbe bello camminare su quel tetto di taxi insieme a Francis Scott Fitzgerald nel calore di una notte d’estate del 1920. Come sarebbe bello essere lì negli anni dei beat. Come sarebbe bello vedere Oriana ancora viva nella sua casa sulla Sessantunesima strada Est.

L’unica cosa che mi è mancata in questa antologia bellissima, in questa strada fatta con l’aedo Cognetti, è un testo di Nora Ephron. Mi è mancato, ma va bene così: del resto queste finestre, case, puntini illuminati, sono il percorso voluto da lui. E come dice lui stesso, ogni percorso di New York, ogni guida, ogni visione, non può che essere personale. Qui abbiamo avuto la fortuna di farci guidare dal migliore: su New York e sulla letteratura newyorkese, di cui Cognetti è straordinario conoscitore, non c’è ancora nessuno al mondo di cui mi fidi di più.

Questa è una raccolta molto preziosa. Molto potente e molto preziosa. Fatta con amore: si vede. E con due cose di cui la natura ha dotato il curatore in abbondanti quantità: l’eleganza e la grazia. È bello che sia composta solo da racconti brevi e brevi testi autobiografici, e che ne siano stati lasciati fuori volutamente i brani di romanzi: quando penso a Cognetti penso ai racconti, al racconto, a tutto quello che per lui significa e ha significato questa forma narrativa, e mi dico che è giusto e bello che una raccolta curata da lui sia così. Questo libro porta in dono. In tutti i sensi possibili: porta in dono ventidue racconti (più il ventitreesimo che è la strada che li collega tutti e un Bruce Springsteen che cammina per le pagine di carta), alcuni dei quali mai tradotti in italiano prima; porta in dono Cognetti che ancora una volta si dedica a New York, ovvero una cosa che ogni volta che accade accade meravigliando; porta in dono la sua carezza alla città fatta attraverso altre voci e altre stanze; e porta in dono la sua camminata. Tutti quanti, tutti loro, se ne stanno affacciati alle finestre di queste case che sono le loro storie, in questa strada su cui ci porta lui, ed esistono, e sono veri, e abitano la città esattamente come la abitiamo io, o te, o il portoricano all’angolo. A New York esiste tutto e tutto insieme. E da qualche parte esistono tutti, nascosti in chissà quale tasca o quale angolo lucente degli otto milioni di città che si moltiplicano senza tregua.

Se potessi, gli confiderei questo: Paolo, ho tre desideri. Ho tre desideri che sono: camminare con te per Red Hook, il tuo quartiere; portarti a conoscere meglio Bushwick, che è il mio; e farmi portare nel Lower East Side – che per ora conosco molto meno di quanto vorrei – a mangiare ravioli cinesi in quel posto con i camerieri che girano come pazzi e dai cui vassoi devi pescare senza sapere. Se potessi farlo, queste sono le cose che gli direi: ho tre desideri.

Nelle sere d’estate New York si allunga su tutti gli oceani. Il Pacifico, proprio come nel Mondo visto dalla Nona Avenue di Saul Steinberg, è solo un po’ più in là. Appena dopo Kansas City, appena dopo il Nebraska, appena al di là dell’Hudson.
Come tante parole, anche gelsomino mi piace di più in inglese: jasmine. Jasmine come una principessa che era capace di cavalcare i tappeti volanti. Ecco, so che se mai avessi bisogno di vedere la luna sul Pacifico e di sentire il profumo di jasmine tutt’intorno, New York forse riuscirebbe ad allungarsi per me fino ad arrivare lì. A essere il mio ponte teso su ogni cosa, i miei otto milioni di città che vibrano iridescenti con quel bagliore speciale che hanno i luoghi diversi tenuti insieme da un luogo che solo fisicamente è uno, ma in realtà ne è molti. Uno per ogni persona che lo abita o lo ama.
Mi chiedo se tutte le città che contiene e ha contenuto ed è destinata a contenere New York saranno scritte o segnate da qualche parte, se sarà possibile farne una mappa, tenerne traccia, lasciarne un segno. Me lo chiedo e so già qual è la risposta: no. No, però non importa, perché ognuna di quelle città è più vera del vero. Non importa se non potremo conoscerle tutte, non importa se ci saranno età cittadine che non vedremo in questa vita, e non importa se in mezzo agli altri otto milioni, e in quegli otto miliardi di milioni che contengono gli otto milioni di questa era, nemmeno la mia New York, la mia città, avrà mai una sua mappa. Come direbbe un newyorkese purtroppo morto prima che il Novecento iniziasse e che quindi in questa raccolta non ci poteva stare (e che di sicuro non poteva esserci con il libro che sto per citare, ma al massimo con il racconto di Bartleby, un uomo che lavorava vicino a me), va bene così: “it is not down in any map; true places never are”.

Quelle città sono vere come il vento, che non si vede, eppure c’è. Sono vere come tutto ciò che di possibile esiste al mondo. Sono vere anche se le guardi e ne vedi una. Ma è perché uno sei tu. Non farti trarre in inganno dal fatto di essere uno: tutte non puoi vederle, quella che vedi è solo la tua.

Non so se l’amico che mi ha chiesto di scrivere questa cosa se la immaginava così. Non so se ho fatto un buon lavoro. So che forse se lo leggesse qualcun altro non ci capirebbe niente, perché come al solito non sono capace di fare buone recensioni per gente che non conosca questi due argomenti a noi molto cari, cioè l’opera di Paolo Cognetti e New York.
Però sai che ti dico? Non è importante che gli altri capiscano. Perché questa cosa è per te.

Tua,
Lontra che ride

Sappi che tutte le strade 

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Oggi mi sono svegliata con la notizia orribile della morte del conterraneo cuneese di cui vado più fiera: Gianmaria Testa. Chi mi conosce molto bene o da sempre sa quanto la sua musica sia sempre stata importante per me. Mi mancano tutte le parole, tutte. Quindi lascio qui le sue, perché accompagnino il suo viaggio e curino la mia tristezza.
Quando mi sono trasferita da questa parte dell’oceano ho portato davvero poche cose, perché speravo e sapevo che ci sarebbe stato il giorno in cui le avrei portate tutte, ma sapevo anche che questo era il tempo dell’avanscoperta. Una delle prime cose che ho messo in valigia è stato questo quadretto: contiene la mia frase preferita al mondo, una frase che mi rappresenta bene e a cui mi aggrappo in ogni momento di difficoltà, come a una preghiera, a un talismano, a un portafortuna. È il mio dire: sono io, che questo essere me mi faccia vivere la vita che mi deve accadere.

“Sappi che tutte le strade, anche le più sole, hanno un vento che le accompagna”.

Buon viaggio, buon viaggio, buon viaggio. È stato orribile svegliarsi stamattina e sapere che non condividiamo più lo stesso mondo, Gianmaria. Ma una cosa è certa: tu sei con me e lo sarai per sempre.

 

Caffè – Brevità 7

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Prendo un caffè a portar via. La ragazza dopo di me si accorge di non avere contanti e il posto è “cash only”. Dico: pago io. A volte basta proprio poco.

(E poi, anche se la ragazza era una turista e non un barbone, ho spiegato a lei e alla barista che sono italiana e la pratica napoletana del caffè sospeso ce l’ho proprio un po’ nel cuore. Ed è finita con loro che dicono che bisognerebbe introdurre il “suspended coffee” anche a Brooklyn. Bisognerà farlo. Magari ci penserò io).

Tre

 

Oggi sono tre mesi di questo amore: tre mesi di me in questa città. Questa città che è la mia quiete, il mio pianto, la mia gioia, me da adulta, la mia Roma Imperiale. Questa città che ho voluto con tutte le forze e aspettato con tutta la mia pazienza e la mia speranza. Molto spesso sorrido, e non c’è un momento in cui non mi senta accolta, e non c’è un momento in cui non la ami, ma ancora più spesso mi manca tutto: mi mancano le mie persone dall’altra parte dell’Atlantico e mi sembra di essere su un altro pianeta, un pianeta lontano da cui guardo la giornata di chi amo cominciare e finire molto prima della mia e non ci posso fare niente, non posso correre per acchiapparli, non posso arrivare. Spesso perdo la concezione del tempo. Per ora mi sento ancora un po’ più in Interstellar che a New York, però piano piano io e lei insieme ce la stiamo facendo. E ce la faremo sempre meglio, spero, ad assestarci, ad abituarci completamente l’una all’altra e a costruirci una vita insieme. In fondo quello che serve ce l’abbiamo: ci amiamo.

Alla porta segreta per il centro del mondo

 

Caro 2015, questo è un posto speciale dove il 31 dicembre sono venuta a salutarti e a ringraziarti. È stato bello festeggiarti, perché sei stato speciale.
Ogni anno, da tre anni, in questa notte chiedevo una cosa sola: “Anno nuovo, portami in dono una porta segreta”. Nel 2013 l’ho chiesta in dono da Roma, nel 2014 dalla mia Valle Stura, nel 2015 da Verona. Non dimenticherò mai che tu sei l’anno che me l’ha portata e mi ha donato uno scivolo per arrivarci. Oltretutto in una data che considero da sempre magica: il 31 ottobre, il giorno che celebra la fine delle cose (e dove c’è una fine c’è anche e sempre un nuovo inizio: è naturale). Non lo dimenticherò, e il mio cuore danza nel dirti grazie.
Grazie. Dietro alla mia porta ho trovato felicità e sfide, e ti dico grazie anche per quelle. Ogni sfida mi rende un po’ più forte e un po’ più felice: sono qui dal 21 novembre, ogni giorno più grata e sempre più sicura che non vorrei essere da nessun’altra parte.
Grazie per la porta segreta. Grazie per la città che ho voluto con tutte le forze e saputo aspettare con tutta la mia pazienza. E grazie per le mie Persone, che sono sempre con me anche se stanno dall’altra parte dell’oceano Atlantico: sapere che non è la geografia che conta, quando c’è il Bene, è il nostro privilegio e la nostra fortuna. Grazie, 2015. Non dimenticherò.

A te, caro 2016: ben arrivato. Ti accolgo dicendoti che spero di renderti fiero. E ti chiedo questo: ora che la porta segreta è arrivata ed è stata varcata, fammi trovare lì dietro una stanza tutta mia dove poter portare il mio cuore a ballare e a fare le piroette per tutta la vita. Un posto dove poter portare la mia gioia a risplendere. Dimmi con forza che mi posso abbandonare. Fammi dire: sono viva. Qui e ora. Prendi la vita, tutta la vita, e gridale che mi si può finalmente srotolare davanti.
Poi, se è destino (e lo spero), portami l’amore.
È tutto, benvenuto.

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La finestra Coney Island

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Oggi vi racconto della mia finestra.

Non so bene quale possa essere la ragione di certe suggestioni che si creano nel cervello, di certi collegamenti che non ti spieghi, di certe cose che sono una cosa e in cui, senza motivi razionali, ne vedi un’altra completamente diversa, o lontanissima.

Forse è il caso di cominciare dal principio.

Un lunedì mattina, un anno fa, mi sono svegliata un’ora prima del suono della sveglia; non riuscendo a riaddormentarmi, dopo un po’ mi sono alzata per prepararmi il caffè.
Visto che prima di andare in ufficio (all’epoca avevo ancora un ufficio ed entravo alle 9) c’era tempo in abbondanza, ho deciso che la mia tazza di caffè l’avrei bevuta a letto, come faccio di sabato e di domenica.

Mentre la moka era sul fuoco sono tornata in camera per aprire la finestra.
Abito al quinto piano e la mia camera è mansardata: dall’abbaino vedo solo le punte dei tetti, gli abbaini del palazzo di fronte, e poi per il resto è tutto cielo. Ecco, il cielo quella mattina era così terso che anziché un cielo sembrava una piscina rovesciata, cento è bello vivere cantati saltellando.
In quel momento ho avuto una suggestione fortissima: la finestra non dava su via Mazzini, che è la via del centro di Torino su cui si affaccia camera mia, ma su Surf Avenue a Coney Island.

I tetti di Torino non c’entrano niente con Coney Island, e niente c’entrava quella cosa pazza che mi era venuta in mente.

Eppure da quel momento, cioè da un anno a questa parte, non faccio altro che pensarci. Chi mi conosce anche poco sa che è là che vorrei vivere: non a Coney Island in particolare, ma a New York in generale.
E allora, da allora, la mattina quando mi sveglio apro la finestra contenta, perché so che ad aspettarmi là fuori troverò Coney Island, l’ultima lingua di terra di Brooklyn, e il suo Luna Park che dà il nome a tutti i luna park del mondo perché si chiama appunto così, Luna Park, e la passeggiata in legno, e l’oceano Atlantico, e Nathan’s Famous, e le radici russe per cui si è guadagnata il soprannome Little Russia, e tutti quei palazzacci marroni, e insomma tutta quanta la magia di un posto che certo non è bello, eppure è meraviglioso.

Dov’ero? Ah, sì: a me che da un anno la mattina appena sveglia guardo fuori dalla finestra e vedo Coney Island. Dura solo un istante, quella sensazione lì. Se guardo fuori troppo a lungo la mia parte razionale prende il sopravvento e capisco che in realtà è via Mazzini e siamo a Torino.
E capirlo non mi piace; preferisco cercare il più a lungo possibile di fare finta che sia Coney Island (non è facile, ma nelle mattine di sole lo è di più). Preferisco credere che la casa in cui mi sveglio ogni mattina, oltre a essere una casa che amo tanto -perché la amo-, sia anche una casa che si trova sul lato giusto dell’oceano Atlantico.

Per fortuna, però, per quello non servirà più aspettare molto.

 

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Una foto che amo molto: la scattai nel novembre di due anni fa appena uscita dalla stazione della metro di Stillwell Avenue. A Coney Island, quella vera.

La Coppa dei Lettori e un voto che mi zampilla dal cuore 

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Ci siamo. Siamo alla votazione finale della Coppa dei Lettori di Finzioni Magazine.

La scelta era difficile, perché ho amato molto anche altri due libri in gara, cioè quelli di Paolo Cognetti e Marco Peano (che è bello in un modo che fa male: ricordo distintamente che a un certo punto volevo staccarmi i bulbi oculari per il tanto piangere).

Ad aprile però ho scelto di votare con il cuore, ed è quello che farò anche per questa votazione finale: voto La domenica lasciami sola di Simonetta Sciandivasci.

E non lo dico perché Simonetta è mia amica, non lo dico perché quando ho nostalgia di lei -siamo amiche e viviamo lontane: io sto a Torino, lei a Roma- vado a vedermi il portone di casa sua su Google Street View (che è la classica cosa che con un’amica puoi fare mentre con un uomo assolutamente no, a meno che tu non voglia esser presa per pazza, e questa è un po’ una delle diecimila cose per cui è così bello essere femmine ed essere amiche), e non lo dico neanche perché ho il grande onore di comparire nei ringraziamenti di questo libro.

Lo dico perché Simonetta -e lo proclamo fiera anche se questa gara era piena di libri di gente bravissima, libri magari pure più seri e più “letteratura”-, è nata per scrivere: è nata proprio con la penna in pugno, tra i denti, con mille penne nei capelli.

Di gente bravissima a scrivere ce n’è, per fortuna (poca, comunque, sempre meno di quanta si creda), ma di gente per cui la scrittura sia il solo destino possibile io non lo so se ce n’è poi molta, a questo mondo. E Simonetta è una femmina -già di per sé un intero mondo, quindi- destinata allo scrivere. Da lei le parole sgorgano come se le contenesse nel sangue, come se tutto il suo organismo fosse fatto di parole. Ogni volta che la leggo sento che accade una magia: mi si scoperchia il cervello e dentro ci appaiono un bazaar, una città, mille città, cento voci, e navi merci, e navi passeggeri, e storie, e amore, e bambini, e molte vite. Simonetta ha un dono vero. E merita di vincere perché è giovane, perché questo è il suo primo libro, ma il suo è un talento antico. Lo senti, lo leggi, e lo riconosci: il talento vero è quella cosa lì. C’è gente bravissima, e poi c’è chi una vita fatta per scrivere ce l’ha scolpita in tutte le arterie e nel suo destino.

 

VOTA SCIANDI! Vota QUI. (Mi raccomando! C’è tempo fino al 10 giugno).

 

Quello che ancora non sai di volere 

Un’amica ieri mi ha detto una cosa molto bella; la voglio condividere qui, perché le cose molto belle è bene propagarle nell’universo:

«Franci, volevo dirti che avevi ragione, sul fatto che la vita ci sorprende sempre e non smette mai di farlo e lo fa nei momenti più assurdi. 
Succederà che quello che vuoi, o quello che ancora non sai di volere, si avvererà; e forse è pure più bello: ci sono anche cose che non sai di volere che avverranno e ti renderanno felice. È l’augurio che ti faccio».

Auguri anche a voi, ovunque e chiunque siate. 

La mia Ferrante – un evento e una mini recensione della tetralogia

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[AVVISO: stasera alle 21.00 al Circolo dei Lettori si terrà La mia Ferrante, una maratona di lettura dedicata a Elena Ferrante. Io sono stata invitata dal Circolo a leggere (e ringrazio di cuore Francesca Vittani per aver pensato a me!), e sono onoratissima ed emozionatissima. Insieme alla sottoscritta ci saranno, in carne e ossa, Elena Varvello, quella gioia di Angela Rastelli di Einaudi, Davide Ferraris della mitica libreria Therèse, Filomena Greco del Sole 24 Ore, Noemi Cuffia del blog Tazzina di Caffè, Giulio Biino, Raffaella Paisio e, in collegamento video da Roma, Sandra Ozzola Ferri, fondatrice di E/O. Tutti i dettagli QUI. Vi aspetto!]

E ora veniamo alla mini recensione.

Premetto che io amo Elena Ferrante da ben prima che scoppiasse la #FerranteFever: I giorni dell’abbandono è uno dei miei libri preferiti. Sapevo già, dunque, di amare il modo in cui la Ferrante (chiunque sia) scrive. Quel suo modo barocco, per usare un termine che tutti usano nel riferirsi a lei. Quel suo modo incessante, per dirla come la penso io.
Elena Ferrante ha questa scrittura che è appunto un fiume incessante, che butta acqua continuamente, e non è acqua limpida, non è acqua sempre pulita: è acqua necessaria. Una cascata che a volte ti porta con gioia, a volte con furia, ma che è sempre in tumulto. Se una cosa del genere ti piace (perché può anche non piacere, come può non piacere il rafting), sei perduto. Diciamo che è difficile che non piaccia, ecco. C’è talmente tanto, e alla prima immersione sei già così immerso, che quando riemergi per respirare, o mangiare, o dormire, vuoi tornare subito sotto: diventa un bisogno, una necessità.

Queste cose che sto dicendo non sono abbastanza: sono anzi molto poco. Non sono capace di rendere onore alla Ferrante senza perdere qualcosa di quel molto per strada. Perciò andate a leggervela, santo il cielo di Sant’Ilario. E poi mi direte.

E ora veniamo alla recensione vera e propria: quella alla tetralogia.

 

 

La tetralogia dell’amica geniale -perché è di questa che stiamo parlando, visto che l’ho appena finita- è fatta di quattro libri che in realtà sono un libro solo, un unico grande romanzo. Non sono in grado di dirne la meraviglia in poche frasi semplici. Questo libro è molte cose, ma non una cosa semplice da definire. A leggere i quattro libri che compongono questo unico grande libro ci ho messo venti giorni, e alla fine di questi venti giorni mi sono sentita perduta, come chi smarrisce la strada di casa. Casa mia per venti giorni era stata lì dentro, e uscirne, dover tornare alla realtà, è stato traumatico, quasi doloroso.

Lila e Lenù mi mancano moltissimo. Mi manca il loro mondo, mi manca tutto. E, più di tutto, mi manca Lila. Lila che non è la voce narrante (la voce narrante è Lenù), Lila che in teoria non è la protagonista (la protagonista in teoria è sempre Lenù), ma che in realtà è il filo che tiene tutto insieme. Lila che smette di studiare dopo la licenza elementare mentre Lenù continua e si laurea addirittura alla Normale di Pisa. Lila che, quando la maestra Oliviero lotta perché i genitori di entrambe le bambine permettano loro di fare l’esame d’ammissione alle scuole medie (e i genitori di Lenù alla fine cedono cambiandole il destino, mentre quelli di Lila no), lotta più di tutti, grida in dialetto, tenta qualunque cosa pur di continuare a studiare, e ci crede fino all’ultimo, per poi finire lanciata fuori dalla finestra (il padre la butta fuori dalla finestra per sancire il suo no definitivo, lei si spezza un braccio e dice all’amica “non mi sono fatta niente”). Lila che mentre Lenù impara il latino a scuola studia il latino in segreto e aiuta l’altra a capirlo meglio. Lila che quando Lenù inizia il liceo classico impara in segreto anche il greco e costringe l’amica a fare esercizi difficili, permettendole di diventare la prima della classe, la più brava di tutti. Lila che è cattiva, cattiva, cattiva (Lenù ce lo ripete per tutto il libro, quanto Lila sia cattiva e intelligente), ma che poi sorprende con immense generosità, immense bontà, immani atti di bene. Lila che ha paura della smarginatura delle cose e delle persone. Lila che da piccola scriveva e sognava di fare la scrittrice e di guadagnare tanti soldi e di tirare fuori la famiglia dalla miseria, e Lenù che sognava le stesse cose e scrittrice da grande lo diventa sul serio. Lila che mentre scrivo queste parole mi fa venire voglia di piangere forte, pensando a quanto tutta, tutta la storia sia lei. Lei che per tutta la vita non si allontana mai dal rione. Lei che la prima notte di nozze viene picchiata come un animale. Lei che è benedetta da una cosa speciale che è l’intelligenza più viva e più autentica. Lei a cui a un certo punto capita un dolore inimmaginabile, che quando ci sono arrivata (era notte, stavo leggendo prima di mettermi a dormire) non mi ha fatto più dormire, mi ha fatto desiderare di chiudere il libro e smettere per sempre di leggere.

Lenù è la protagonista, la voce narrante, la scrittrice Elena Greco, sempre la prima della classe, la laureata alla Normale, quella bravissima, brillantissima, coltissima, quella che esce dal rione, che sposa un professore universitario figlio di un professore universitario e di una traduttrice. Lenù è un personaggio che in un modo o nell’altro si fa amare perché la storia ce la racconta lei, e allora, per questo, le vogliamo bene: perché è grazie a lei che sappiamo tutto, che possiamo guardare anche Lila. La storia di Lenù -la sua università, la fuga da Napoli, gli amori, il marito, le figlie, i libri che pubblica, l’amore grande, i dolori grandi- ci interessa, ci coinvolge, vogliamo sapere, tifiamo moltissimo, ma aspettiamo trepidanti di sapere anche e sempre che cosa, nel frattempo, stia succedendo a Lila. Che è la sua amica più cara e anche la sua nemesi. Che è la persona a cui Lenù tiene di più al mondo, ma anche quella che più detesta e di cui ha più paura, perché sa che in fondo, nonostante tutti i libri e lo studio e l’emancipazione, lei (lei Lenù) continua e continuerà sempre a vivere nella sua ombra, e a chiedersi: che cosa sarebbe stata, Lila, se avesse avuto le possibilità che ho avuto io? Sapendo che sarebbe stata qualcosa di immenso, perché in fondo è riuscita a esserlo per tutta la vita anche così, senza avere niente.
Lila da sempre chiama Lenù “la mia amica geniale”. Ma il segreto che si capisce subito, e quindi non è un segreto, è che in realtà l’amica geniale è lei.